Righteous Kill – Sfida senza regole

Due grandi del cinema di tutti i tempi si riuniscono dopo 13 anni in un’operazione nostalgica purtroppo mal riuscita. Non bastano i nomi di Robert De Niro e di Al Pacino per rendere originale “Righteous Kill – Sfida senza regole”, thriller newyorkese diretto da Jon Avnet (“Pomodori verdi fritti”) che vorrebbe essere originale ma si riduce, purtroppo, ad una riunione di famiglia dal sapore un po’ stantio. I detective Turk e Rooster, dopo 30 anni di onorato servizio nella polizia, sono chiamati a risolvere un caso che affonda le sue radici in un passato non troppo recente. Un serial killer si diverte ad uccidere una serie di personaggi che vivono ai margini della società (stupratori, assassini, spacciatori, preti pedofili), lasciando sul luogo dei delitti una poesia per ciascuna vittima. Omicidi “giustificati”, come recita il titolo, dalla malvagità che alberga nei cuori degli assassinati, efferati e compiuti a sangue freddo. La vecchia coppia di poliziotti nelle indagini viene supportata da due giovani agenti che a tratti aiutano ed a tratti sospettano dei due veterani. Avnet, per cercare di rendere più avvincente una trama abbastanza scontata, usa la tecnica del flashforward in maniera piuttosto impropria, regalando la soluzione dell’enigma già alla seconda scena, ma mescolando tanti di quegli elementi nella prima parte della pellicola che si fatica a capire dove l’indagine si stia dirigendo. E’ di uno spacciatore che si stanno seguendo le tracce, o di un serial killer? E soprattutto, chi è il poliziotto buono e chi quello cattivo? Un gioco delle parti confuso e frammentario, tanti piccoli episodi messi insieme che non riescono a dare un quadro chiaro della situazione fino alle battute finali del film, quando il mistero si svela nella sua estrema semplicità, per non chiamarla banalità. A contribuire alla confusione ci si mette anche il montaggio, realizzato approssimativamente con bruschi stacchi tra una scena e l’altra, come se ci si trovasse di fronte ad una pellicola girata da uno studente di regia alle prime armi. A nulla servono gli sforzi di Pacino, Donnie Wahlberg, John Leguizamo e Robert De Niro (il più bravo del quartetto), che pur profondendo i loro migliori sforzi, non riescono a divertire, né a far sobbalzare sulla sedia (imperdonabile da parte di un thriller non riuscire a strappare neppure un gridolino). Al Pacino, forse il personaggio più atteso di questo film, regala una prestazione non al massimo delle sue possibilità: bravo sicuramente, altrimenti non sarebbe diventato un’icona del cinema mondiale, ma ci è sembrato di trovarci di fronte ad una rivisitazione del suo mefistofelico John Milton de “L’avvocato del diavolo” (in cui ha saputo veramente regalare emozioni). Stesse espressioni degli occhi, stesso modo di atteggiare viso e mani, come se si fosse ormai affezionato a quel tipo di personaggio e avesse deciso di riproporlo in versione riveduta e corretta. Si sforzano ma non convincono John Leguizamo e Donnie Wahlberg (fratello del più famoso Mark), così come Brian Dennehy che fa una “comparsata” poco incisiva. Gli unici che si salvano sono Carla Gugino nei panni di una detective della scientifica che collabora alle indagini, e proprio Robert De Niro che, a riprova del suo innato talento, riesce a “salvare il salvabile” ed a non far bocciare del tutto la pellicola.

Daria Ciotti

http://www.ecodelcinema.com/sfida-senza-regole.htm

 

 

 

 

 

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Published in: on settembre 24, 2008 at 11:26 pm  Lascia un commento  
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Burn After Reading – A prova di spia

I fratelli Coen fatto centro ancora una volta. Dopo “Non è un paese per vecchi”, che su otto nomination ha ottenuto quattro premi Oscar, due Golden Globe e un David di Donatello come Miglior Film Straniero, “Burn After Reading – A prova di spia” è un gioiellino di commedia grottesca che difficilmente non piacerà alla gente, soprattutto per via di una trama all’apparenza molto semplice ma decisamente efficace. Linda Litzke e Chad Feldheimer sono due menti ingenue, costantemente alla ricerca di soldi facili, che il lavoro nella palestra dove sono assunti non gli consente di racimolare. Per questo, quando entrano casualmente in possesso di un cd dove sono salvate le memorie di Osbourne Cox, un ex agente della CIA, ricattano il malcapitato in cambio della restituzione del file, credendo di avere per le mani importanti segreti di Stato. Tutto ciò che ne deriva è un susseguirsi di situazioni grottesche in cui tutti i personaggi, anche quelli collaterali, finiscono con l’essere collegati tra di loro, innescando una reazione a catena che culmina con un finale, imprevisto ed imprevedibile, dagli echi tarantiniani. I 95 minuti di pellicola scorrono ad un ritmo incredibilmente vivace e veloce, l’assoluta mancanza di salti temporali regala freschezza a questo film, che i Coen hanno voluto caratterizzare, ancora una volta, con un’ambientazione minimalista, quasi Anni Settanta. Azzeccatissima la scelta degli attori e soprattutto l’assegnazione dei ruoli: il serioso e misterioso John Malkovich dà vita ad un Osborne Cox frustrato e alcolizzato, così come Tilda Swinton, finalmente con un po’ di trucco in faccia ed una pettinatura femminile, nei panni della moglie fedifraga. Rinunciando al suo naturale “fascino assassino”, George Clooney si è calato perfettamente nel ruolo di Harry Pfarrer, il nevrotico pseudoamico di Cox, assetato di sesso che innesca la miccia che dà il via al rush finale. Dal canto suo anche Frances McDormand, ormai presenza fissa nei cast dei Coen(oltre che moglie di Joel), il fascino l’ha proprio lasciato a casa incorniciando il viso in un caschetto biondo platino da far invidia alla pettinatura di Xavier Bardem in “Non è un paese per vecchi”, ma regalando allo spettatore un’interpretazione eclettica e fuori dalle righe, grazie all’espressività tipica della sua recitazione, basata soprattutto sulla mimica facciale. Ma la vera sorpresa è Brad Pitt, nei panni del sempliciotto Chad: gomma americana sempre piantata in bocca (quando non la mastica la conserva in qualche punto imprecisato della bocca), iPod fisso nelle orecchie, amore assoluto per la sua bicicletta. Pitt ha saputo reinventarsi e rinnovarsi completamente entrando nella psicologia coeniana e realizzando un’interpretazione eccessiva, plateale, esagerata ma, proprio per questo, divertentissima.

Daria Ciotti

http://www.ecodelcinema.com/burn-after-reading—a-prova-di-spia-recensione.htm

 

Published in: on settembre 24, 2008 at 11:19 pm  Lascia un commento  
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Riflessi di paura

Nella speranza di confermare la rinnovata popolarità ottenuta con la serie Tv “24”, Kiefer Sutherland si ricicla al cinema interpretando praticamente se stesso in “Riflessi di paura”, remake americano dell’asiatico “Into the Mirrors”, un horror che vorrebbe essere esoterico ma che riesce solamente, purtroppo, a risultare una specie di “congestione cinematografica”, infarcita di banalità e citazioni da altri film di genere non troppo azzeccate. Ben Carson (Kiefer Sutherland) è un ex poliziotto in congedo depresso e alcolizzato, che ha dovuto lasciare la polizia per aver ucciso, per sbaglio, un collega sotto copertura. Allontanato dalla moglie, per stare vicino ai figli durante il giorno, Ben trova lavoro come guardiano notturno nei magazzini Mayflower, andati distrutti in un incendio anni prima. Un’atmosfera sinistra permea nell’edificio, pieno di specchi, che stranamente risultato puliti e curati in contrapposizione con la decadenza che caratterizza il resto del palazzo. Inizialmente convinto di essere preda di allucinazioni, Ben presto scopre che in realtà l’edificio, costruito sulle rovine di un ex ospedale psichiatrico, è infestato da una presenza maligna che, servendosi degli specchi che si trovano sia nell’edificio che nella casa di Ben, mette in pericolo la sua vita e quella della sua famiglia. L’ambientazione scenografica, che rende al meglio l’idea della suspence e dell’inquietudine che pervadono l’animo del protagonista (grazie alla contrapposizione della luminosità della casa in cui abita la famiglia di Ben con la penombra in cui sono immersi i magazzini Mayflower), e l’esecuzione degli effetti sonori, che riesce a regalare qualche sacrosanto e dovuto salto sulla sedia, purtroppo si contrappongono a una scarsa originalità dei dialoghi, facilmente prevedibili, e a uno sviluppo del plot, infarcito di luoghi comuni e citazioni da altre pellicole che mal si inseriscono nella storia. Si comincia con una chiara allusione a “Haunting – Presenze”, una piccola perla del genere horror purtroppo poco pubblicizzata da cui “Riflessi di paura” attinge l’idea di base (una presenza intrappolata in uno specchio), passando per una lieve allusione a “Nightmare 4” (la chiave del mistero risiede in una monaca di clausura, involontaria causa del dramma che si sta consumando), fino alla smaccata citazione da “L’esorcista” che conclude la vicenda. Una congestione cinematografica dunque che si accompagna ad una esagerata infarcitura di elementi narrativi che rendono la storia difficile da seguire: la componente psicologica data dalla depressione del protagonista e dalla scoperta di un ospedale psichiatrico sepolto sotto le rovine del Mayflower, la parte esoterica e mistico/demoniaca e quella poliziesca. Tutti elementi che, se utilizzati singolarmente, avrebbero forse potuto dare vita ad una storia piuttosto buona ma che, mescolati insieme, regalano solamente un film di genere uguale a tanti altri.

Daria Ciotti

(http://www.ecodelcinema.com/riflessi-di-paura.htm)

Published in: on settembre 24, 2008 at 11:14 pm  Lascia un commento  
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Hellboy – Red… passion!

 

Solo Guillermo Del Toro poteva girare Hellboy, capitolo primo e capitolo secondo… e se mai gli venisse in mente di scrivere e dirigere altri episodi della serie, avrebbe tutta la mia approvazione, giuro!

Si dice solitamente che un film è “del regista”, e anche se nel 99% dei casi la definizione è assolutamente errata, nel caso di Hellboy si può davvero dire che sia proprio del regista, che nella fattispecie è anche sceneggiatore e soggettista del film, e che ha pensato bene di portarsi dietro tutto il cast tecnico che lo ha aiutato a girare i suoi primi film, tra cui Il labirinto del fauno… una garanzia di successo!

Hellboy II: The Golden Army è una perfetta action story dai toni noir (anche se il colore dominante del film è decisamente il rosso, e non solo per via del colore del protagonista) ironica, tagliente, divertente, commovente, incalzante. E’ una favola a tutti gli effetti, sebbene non parli di fate e gnomi (be’, un “paio” di fatine ci sono via!), e in quanto “favola” Guillermo Del Toro l’ha trattata. Non ci sono futili e inutili metafore sul significato della vita, niente significati reconditi dietro alle strampalate esternazioni di “Red” Hellboy, niente di particolarmente filosofico: solo e soltanto un fumetto tradotto in celluloide, migliorato grazie all’inventiva del regista che gli ha conferito quell’aura di visionarietà necessaria a rendere bello un film di questo genere. E’ difficile trovare dei difetti a un film che, obiettivamente, è fantastico (nel senso che è un’opera di fantasia) e quindi qualunque evento, soprannaturale e non, difficilmente si rende passibile di critica. Una favola è una favola, rossa o rosa o nera che sia, e lasciatemelo dire Hellboy II è una “favola di favola”!

Mi ricordo di quando Ron Perlman interpretava “La Bestia” nella serie Tv “La bella e la bestia”, con Linda Hamilton nei panni della “Bella”. Un trasformista così difficilmente si trova in giro, nessuno se non lui poteva diventare “Red”, Del Toro ha avuto ragione a volerlo a tutti i costi anche in questa nuova avventura rossa del diavolo rosso. Come ha avuto ragione a voler riunire tutto il cast originale per riportare in vita i personaggi della storia, da Liz a Abe a tutta la squadra del Dipartimento segreto di cui fanno parte i super agenti dotati di superpoteri. Superagenti che, curiosamente, pur provenendo da altri mondi possiedono più umanità di qualunque altro supereroe la cui origine è umana. Non c’è ostentazione del potere immaginifico, non ci sono particolari acrobazie ma solamente personaggi “curiosi”, soprattutto nelle fattezze, che usano il loro essere “diversi” con tanta naturalezza da sembrare “ordinariamente spettacolari”. Da vedere, rivedere, e rivedere ancora! Da tenere in videoteca, da non perdere!

La citazione

“Il mio corpo è un tempio”. “E ora diventerà un parco giochi”. (Abe e Red)

Published in: on luglio 15, 2008 at 3:16 pm  Comments (2)  
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What the fuck have you done lately?

Wes Gibson (James McAvoy) impegnato in una sparatoria

Non capita spesso che un film pieno di cliché riesca ad essere allo stesso tempo originale. Timur Bekmambetov, quello dei Guardiani del Giorno e della Notte, si deve essere divertito a dirigere in “Wanted” l’ormai veterana dei ruoli di azione Angelina Jolie ed il piccolo fauno James McAvoy in questo thriller metafisico (non trovo altri appellativi per descriverlo) in cui lei, magra all’inverosimile e piena di tatuaggi, lo rapisce/istruisce/malmena senza tanti complimenti per insegnargli, fondamentalmente, a curvare i proiettili che escono dalla canna della sua pistola.

Wesley Gibson è un contabile insoddisfatto, soffre di crisi di panico (almeno così crede) ed è il classico “cornuto e mazziato” che non è capace di ribellarsi alla sua stessa vita: il tipico “vittima di se stesso” che ha in mano tutte le carte giuste per vincere la sua partita ma le tira giù nella sequenza sbagliata.

Di lei non si sa molto, solo il nome in codice, Fox, e che da piccola è stata costretta ad assistere alle torture a causa delle quali è morto suo padre. E che è un’assassina formidabile, oltre che molto atletica e capace di guidare una Camaro ad altissima velocità anche mentre spara e si contorce e schiva i proiettili. Mancava solo che facesse un caffè mentre si dimenava tra fucili e pistole e saremmo stati a posto.

Una volta tanto nei panni di un cattivo, imperscrutabile eminenza grigia, c’è Morgan Freeman, enigmatico quanto basta per non farti capire fino alla fine del film quale sia il suo scopo, quale il suo motore, dove voglia arrivare. Anche se ad un certo punto il dubbio ti viene. E puntualmente scopri di avere ragione.

Insomma, i cliché sono tutti rispettati: il cattivo si rivela essere meno cattivo di quello che si pensa, i buoni tanto buoni non sono, Wesley inizia il suo addestramento (teso all’educazione dei suoi straordinari riflessi) a suon di cazzotti e coltellate, e piano piano inizia a sviluppare ciò che lui ha sempre scambiato per attacchi d’ansia: un super controllo delle sue facoltà mentali, che gli permettono di percepire la realtà in maniera più “lenta”, e più “grande”, al punto da riuscire a sparare ad una mosca spezzandogli solamente le ali, o di curvare un proiettile da una traiettoria diritta ad una completamente circolare.

Sceneggiatura per forza di cose prevedibile, del resto il film è tratto da un fumetto e non si poteva distorcere troppo la storia originale (la distorsione è riservata a proiettili e simili), ma la regia è spettacolare. Visionario e “visivo”, Bekmambetov è riuscito a rendere spettacolare Wanted attraverso le immagini, sopperendo alle mancanze narrative.

Published in: on giugno 24, 2008 at 12:11 am  Lascia un commento  
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